La muffa sui muri è uno di quei problemi che sembrano semplici finché non si prova davvero a risolverli.
Compare qualche puntino nero nell’angolo della camera, dietro un mobile oppure vicino a una finestra. Si compra un prodotto antimuffa, si pulisce la parete e per qualche settimana sembra tutto risolto.
Poi la muffa ritorna.
A volte nello stesso punto. Altre volte poco più in là.
Il motivo è semplice: pulire la muffa e risolvere il problema che l’ha fatta comparire sono due cose diverse.
La muffa che vediamo sulla parete è un effetto. Prima di scegliere qualsiasi trattamento dobbiamo quindi capire quale condizione le permette di crescere.
In questa guida partiamo dalle cose più semplici e arriviamo gradualmente agli aspetti più tecnici. L’obiettivo non è trasformare chi legge in un tecnico, ma permettergli di capire cosa sta succedendo nella propria casa, quali interventi hanno senso e quando è meglio evitare il fai da te.
Che cos’è realmente la muffa?
La muffa è costituita da funghi microscopici capaci di svilupparsi quando trovano condizioni ambientali favorevoli.
Le loro spore sono normalmente presenti nell’aria e nell’ambiente che ci circonda. Entrano nelle abitazioni quando apriamo porte e finestre, possono essere trasportate dall’aria, dalle persone, dagli animali e dagli oggetti.
Questo significa una cosa importante:
avere delle spore in casa è normale. Avere pareti sulle quali quelle spore riescono continuamente a svilupparsi, invece, indica che esistono condizioni favorevoli alla loro crescita.
Per questo non ha molto senso pensare di “sterilizzare” una normale abitazione per eliminare definitivamente ogni spora.
Bisogna intervenire sulle condizioni che permettono alla muffa di crescere.
E la più importante è quasi sempre legata all’umidità.
Perché si forma la muffa sui muri?
Non esiste una sola causa.
Due pareti che presentano macchie molto simili possono avere problemi completamente diversi.
Tra le situazioni più comuni troviamo:
- condensa sulle superfici fredde;
- umidità interna troppo elevata;
- scarso ricambio dell’aria;
- ponti termici;
- infiltrazioni dall’esterno;
- perdite di tubazioni;
- problemi provenienti dalla copertura o da un terrazzo;
- acqua proveniente dal terreno;
- materiali rimasti bagnati dopo un allagamento o dei lavori;
- combinazioni di più problemi.
Questo è il primo concetto da ricordare:
prima di chiedersi quale prodotto usare contro la muffa, bisogna chiedersi da dove arriva l’umidità.
Se eliminiamo la macchia ma lasciamo invariata la causa, abbiamo semplicemente pulito il sintomo.
Muffa da condensa: una delle situazioni più comuni
Partiamo da un esempio molto semplice.
È inverno. In camera abbiamo circa 20 °C. Fuori fa freddo.
Durante la notte respiriamo e produciamo vapore acqueo. Magari teniamo la porta chiusa, apriamo poco la finestra e contro una parete esterna abbiamo un grande armadio.
Al mattino la stanza può avere un’umidità piuttosto elevata.
Fin qui è facile da capire.
La parte meno intuitiva è che non tutte le superfici della stanza hanno la stessa temperatura dell’aria.
Possiamo avere 20 °C al centro della camera e una porzione della parete molto più fredda.
Quando l’aria umida entra in contatto con quella superficie fredda, le condizioni cambiano.
Per capire perché, dobbiamo parlare del famoso punto di rugiada.
Cos’è il punto di rugiada, spiegato semplicemente
Prendete una bottiglia molto fredda dal frigorifero e lasciatela sul tavolo.
Dopo qualche minuto la superficie esterna si riempirà di piccole gocce.
La bottiglia non perde acqua.
Quelle gocce provengono dal vapore acqueo presente nell’aria, che a contatto con una superficie sufficientemente fredda condensa.
Su una parete può verificarsi lo stesso principio.
L’aria contiene una certa quantità di vapore acqueo. Più si raffredda, più si avvicina alla condizione di saturazione.
La temperatura alla quale, in determinate condizioni, si raggiunge la saturazione viene chiamata temperatura di rugiada.
Facciamo un esempio concreto.
Con aria a circa 20 °C e 60% di umidità relativa, il punto di rugiada si trova approssimativamente intorno ai 12 °C.
Se una porzione della parete diventa sufficientemente fredda, possiamo quindi arrivare a condizioni favorevoli alla condensazione.
Ma attenzione: non dobbiamo necessariamente vedere delle goccioline d’acqua perché possa svilupparsi la muffa.
Una superficie che rimane a lungo molto umida può creare condizioni favorevoli alla crescita fungina anche prima che sia evidente una vera e propria condensa visibile.
Ed è per questo che spesso sentiamo dire:
“Ma il muro non è bagnato. Come fa a esserci muffa?”
Perché una parete non deve necessariamente essere visibilmente bagnata per avere un problema di umidità superficiale.
Perché la muffa compare spesso negli angoli?
Gli angoli delle pareti esterne sono tra i punti nei quali troviamo più frequentemente la muffa.
Non è una coincidenza.
In alcuni punti dell’edificio il calore viene disperso più facilmente verso l’esterno. Queste zone vengono comunemente associate ai ponti termici.
Un ponte termico può presentarsi, per esempio:
- nell’incontro tra due pareti;
- tra parete e solaio;
- in corrispondenza di pilastri e travi;
- attorno alle finestre;
- nei balconi;
- dove l’isolamento presenta una discontinuità;
- nell’incontro tra materiali con caratteristiche termiche differenti.
In questi punti la temperatura superficiale interna può essere inferiore rispetto alle zone circostanti.
Se contemporaneamente l’aria della stanza contiene molta umidità, abbiamo una combinazione favorevole alla formazione della muffa.
Ecco perché pulire continuamente lo stesso angolo senza capire perché è così freddo può non risolvere nulla.
Perché troviamo muffa dietro gli armadi?
Anche questo succede molto spesso.
Abbiamo una parete esterna e davanti posizioniamo un armadio grande, magari quasi attaccato al muro.
Nella stanza l’aria calda circola normalmente.
Dietro l’armadio, invece, la circolazione è molto più limitata.
Quella porzione di parete riceve meno calore dall’ambiente e può rimanere più fredda.
Se la parete è già termicamente sfavorita e l’umidità della stanza è elevata, dietro il mobile può crearsi un piccolo microclima completamente diverso da quello che percepiamo stando al centro della camera.
Quando spostiamo l’armadio dopo mesi, troviamo la sorpresa.
In questi casi lasciare maggiore spazio tra mobile e parete può aiutare la circolazione dell’aria, ma non significa automaticamente aver risolto la causa.
Se la parete presenta un problema termico importante oppure l’umidità dell’ambiente rimane eccessiva, bisogna affrontare anche quello.
Da dove arriva tutta questa umidità?
Non serve avere una perdita d’acqua per produrre umidità dentro casa.
La produciamo continuamente vivendo.
Facciamo la doccia.
Cuciniamo.
Respiriamo.
Asciughiamo i vestiti.
Laviamo pavimenti e superfici.
Utilizziamo acqua calda.
Tutto questo introduce vapore nell’ambiente.
In una casa correttamente ventilata non è necessariamente un problema. L’umidità viene progressivamente eliminata attraverso il ricambio dell’aria.
I problemi possono iniziare quando produciamo molto vapore, ne eliminiamo poco e contemporaneamente abbiamo superfici fredde.
Per questo nelle abitazioni moderne o dopo la sostituzione dei vecchi serramenti può accadere qualcosa che sembra paradossale.
Cambiamo finestre perché quelle vecchie lasciavano passare aria.
Installiamo serramenti molto più performanti e finalmente eliminiamo gli spifferi.
Ottimo.
Ma abbiamo anche ridotto una parte delle infiltrazioni d’aria involontarie.
Se le abitudini di ventilazione rimangono identiche e l’abitazione non dispone di un sistema adeguato di ricambio dell’aria, l’umidità prodotta internamente può rimanere più a lungo nell’edificio.
Il problema non sono quindi “le finestre nuove”.
Il problema è che è cambiato il comportamento dell’edificio e dobbiamo gestire correttamente il ricambio d’aria.
Qual è l’umidità giusta in casa?
Qui bisogna evitare numeri magici.
Come riferimento generale, mantenere l’umidità relativa interna all’incirca tra 30% e 50% è spesso una buona condizione.
Ma non significa che al 49% siamo sempre al sicuro e al 51% comparirà automaticamente la muffa.
Il rischio dipende anche da:
- temperatura interna;
- temperatura esterna;
- temperatura delle pareti;
- isolamento;
- ponti termici;
- ventilazione;
- durata delle condizioni;
- quantità di vapore prodotta.
Una stanza al 55% di umidità con superfici relativamente calde può comportarsi diversamente da una stanza con la stessa umidità ma con un angolo estremamente freddo.
Per questo un semplice termoigrometro è utile, ma non racconta da solo tutta la storia.
Umidità relativa: cosa significa veramente?
Qui scendiamo un po’ più nel tecnico.
Quando leggiamo sul termoigrometro:
20 °C – 60% UR
quel 60% non significa che il 60% dell’aria sia acqua.
L’umidità relativa mette in relazione la quantità di vapore presente con quella che potrebbe essere presente alla stessa temperatura prima di raggiungere la saturazione.
Ed ecco il punto fondamentale:
la capacità dell’aria di contenere vapore cambia con la temperatura.
Se raffreddiamo l’aria senza togliere vapore, la sua umidità relativa aumenta.
Quindi possiamo avere una situazione perfettamente accettabile al centro della stanza e condizioni molto diverse nei pochi millimetri d’aria immediatamente vicini a una superficie fredda.
Per questo, quando cerchiamo una causa di muffa da condensa, ci interessano almeno due temperature:
temperatura dell’aria
e
temperatura della superficie.
Sono due dati differenti.
Quando entra in gioco il ponte termico
Adesso possiamo fare un passo ulteriore.
In edilizia il comportamento della temperatura superficiale può essere studiato attraverso grandezze specifiche.
Una di queste è il fattore di temperatura superficiale interna, indicato generalmente con fRsi.
La relazione è:
fRsi = (θsi − θe) / (θi − θe)
dove:
θsi = temperatura della superficie internaθi = temperatura dell’aria internaθe = temperatura dell’aria esterna
Non è necessario che un proprietario di casa faccia questi calcoli.
Il concetto importante è un altro.
Questo parametro permette al tecnico di valutare quanto una determinata superficie interna rimanga termicamente vicina alle condizioni interne rispetto alla differenza di temperatura tra interno ed esterno.
Una superficie particolarmente fredda può aumentare il rischio di elevata umidità superficiale e quindi favorire la crescita della muffa.
A questo punto siamo già molto lontani dal semplice:
“Mettiamo una pittura antimuffa.”
Stiamo studiando il comportamento termoigrometrico dell’edificio.
Attenzione: non tutta la muffa è causata dalla condensa
Questo è probabilmente il punto più importante dell’intera guida.
Una macchia scura non significa automaticamente condensa.
L’acqua può arrivare nella muratura in molti altri modi.
Infiltrazione dalla facciata
Una crepa, un rivestimento deteriorato, un giunto problematico o altri difetti possono permettere all’acqua piovana di entrare nella struttura.
Un indizio importante è la relazione con il tempo atmosferico.
Se la macchia peggiora dopo forti piogge, bisogna prendere seriamente in considerazione un’infiltrazione.
Tetto o terrazzo
Una perdita proveniente dall’alto può manifestarsi anche lontano dal punto esatto nel quale l’acqua entra.
L’acqua può seguire pendenze, elementi strutturali e percorsi nascosti prima di diventare visibile.
Tubazioni
Una piccola perdita all’interno di una parete può mantenere umidi i materiali per molto tempo.
In questo caso aumentare la ventilazione della stanza non elimina la sorgente.
Bisogna trovare e riparare la perdita.
Acqua proveniente dal terreno
Nelle parti basse degli edifici il quadro può essere ancora diverso.
Murature a contatto con terreno umido, impermeabilizzazioni assenti o deteriorate e caratteristiche costruttive dell’edificio possono determinare fenomeni di trasporto dell’acqua attraverso materiali porosi.
Ed è qui che dobbiamo parlare di capillarità.
Come può l’acqua risalire dentro un muro?
Mattoni, malte, intonaci e molti altri materiali da costruzione non sono blocchi completamente compatti.
Al loro interno esiste una rete di pori.
Quando un materiale poroso entra in contatto con acqua liquida, questa può essere assorbita e muoversi attraverso i pori grazie a fenomeni capillari.
La quantità e la velocità con cui ciò avviene dipendono da molti fattori:
- dimensione dei pori;
- collegamento tra i pori;
- tipo di materiale;
- quantità d’acqua disponibile;
- evaporazione;
- temperatura;
- condizioni ambientali.
Quindi l’acqua che vediamo sulla superficie non deve necessariamente trovarsi esattamente nel punto in cui è entrata.
Ed è uno dei motivi per cui diagnosticare correttamente una muratura umida può essere molto più difficile di quanto sembri.
E quelle macchie bianche sul muro?
Quando l’acqua attraversa alcuni materiali può trasportare sali solubili.
Arrivata verso la superficie, l’acqua evapora.
I sali, invece, rimangono.
Possiamo quindi osservare depositi biancastri, efflorescenze, deterioramento dell’intonaco o distacchi.
Alcuni sali hanno inoltre comportamento igroscopico, cioè possono assorbire umidità dall’aria.
Questo complica ulteriormente la diagnosi.
Una parete può continuare ad apparire umida non soltanto per la presenza di nuova acqua liquida, ma anche per il comportamento dei materiali e dei sali presenti.
Per questo non bisognerebbe guardare una parete, appoggiarci sopra uno strumento per cinque secondi e concludere immediatamente:
“È umidità di risalita.”
Una misura è un’informazione.
La diagnosi nasce dall’insieme delle informazioni.
Come si capisce allora da dove arriva la muffa?
Prima di utilizzare strumenti sofisticati, si osserva.
E spesso le domande più semplici sono estremamente utili.
Dove compare?
In alto?
In basso?
Negli angoli?
Dietro i mobili?
Attorno alle finestre?
Vicino al bagno?
Sotto il terrazzo?
Quando compare?
Solo d’inverno?
Dopo la pioggia?
Dopo aver sostituito gli infissi?
È presente tutto l’anno?
Peggiora quando la casa rimane chiusa?
Come si presenta?
È una colonia superficiale?
L’intonaco si sta staccando?
Ci sono sali?
La pittura forma bolle?
C’è odore?
La parete è fredda?
Esistono segni di acqua?
Queste informazioni iniziano a restringere il campo.
Poi, quando necessario, arrivano gli strumenti.
Quali strumenti si utilizzano?
Termoigrometro
È probabilmente lo strumento più semplice.
Misura temperatura dell’aria e umidità relativa.
Per pochi euro possiamo già capire molto sul comportamento della nostra abitazione.
Ancora meglio se utilizziamo un dispositivo che registra i dati durante la giornata.
Perché?
Una lettura fatta alle tre del pomeriggio può essere perfettamente normale.
Ma magari durante la notte, con due persone nella camera chiusa, l’umidità aumenta considerevolmente.
Una registrazione continua permette di vedere quello che una misura occasionale non mostra.
Temperatura superficiale
Possiamo misurare la temperatura delle pareti e confrontare punti differenti.
Se al centro della parete abbiamo una certa temperatura e nell’angolo troviamo valori sensibilmente inferiori, abbiamo un’informazione interessante.
Non abbiamo ancora automaticamente una diagnosi, ma abbiamo trovato una differenza che merita di essere capita.
Termocamera: utilissima, ma non vede l’umidità
Le immagini termografiche sono molto intuitive.
Vediamo colori differenti e viene spontaneo pensare:
“Quella zona blu è bagnata.”
Non necessariamente.
Una termocamera misura la radiazione infrarossa proveniente dalle superfici e permette di stimarne la temperatura apparente, considerando anche parametri come emissività e condizioni di misura.
Una zona più fredda può essere dovuta a:
- ponte termico;
- evaporazione;
- infiltrazione;
- differenze costruttive;
- correnti d’aria;
- elementi strutturali;
- altre condizioni.
Quindi la termografia è uno strumento diagnostico potentissimo quando viene interpretata correttamente.
Non è una macchina fotografica dell’umidità.
E i misuratori di umidità?
Anche qui bisogna fare attenzione.
Esistono strumenti con principi di funzionamento differenti: resistivi, capacitivi e altri sistemi di misura.
Il valore può essere influenzato da:
- materiale;
- sali;
- profondità;
- temperatura;
- condizioni superficiali;
- presenza di elementi metallici;
- modalità di utilizzo.
Un numero alto sul display significa che lo strumento sta rilevando una determinata risposta.
Non significa automaticamente:
“abbiamo trovato la causa.”
Nei casi complessi possono essere necessarie verifiche più approfondite e metodi specifici.
Muffa nera: è necessariamente più pericolosa?
No.
Il colore non permette da solo di stabilire quale specie di muffa abbiamo davanti né quanto sia rischiosa.
Esistono moltissimi generi e specie di funghi.
Tra quelli frequentemente riscontrati negli ambienti interni troviamo, per esempio, Cladosporium, Penicillium e Aspergillus.
Ma per affrontare un normale problema di muffa visibile in un’abitazione, conoscere immediatamente il nome esatto della specie spesso non cambia la prima cosa da fare:
individuare l’umidità, correggerla e rimuovere correttamente la contaminazione.
Questo evita anche inutili allarmismi.
Una macchia nera non dovrebbe essere trasformata automaticamente nella diagnosi di una fantomatica “muffa tossica” semplicemente osservandone il colore.
Se esistono ragioni specifiche per identificare microbiologicamente una contaminazione, è un altro discorso e richiede analisi appropriate.
Come si elimina davvero la muffa?
Finalmente arriviamo alla parte pratica.
Una corretta soluzione ha normalmente due obiettivi:
1. Rimuovere la contaminazione presente
e
2. Correggere la causa dell’umidità
Se facciamo soltanto il primo punto, la muffa può ritornare.
Se facciamo soltanto il secondo lasciando materiale fortemente contaminato al suo posto, il lavoro può essere incompleto.
Bisogna valutare entrambe le cose.
Una piccola macchia superficiale si può pulire?
In molti casi, una contaminazione piccola e circoscritta presente su una superficie dura può essere affrontata senza trasformare la casa in un cantiere di bonifica.
La superficie deve essere pulita e poi asciugata completamente.
È importante evitare di disperdere inutilmente materiale nell’ambiente e utilizzare protezioni adeguate.
La situazione cambia però se:
- l’area è molto estesa;
- la muffa ritorna continuamente;
- il materiale è poroso;
- la contaminazione è nascosta;
- c’è stata molta acqua;
- bisogna demolire;
- non conosciamo la causa.
In questi casi è meglio capire prima cosa stiamo affrontando.
La candeggina elimina definitivamente la muffa?
Questa è probabilmente una delle domande più frequenti.
La risposta corretta è:
non possiamo considerare la candeggina una soluzione universale alla muffa.
Il problema non consiste semplicemente nell’“uccidere” ciò che vediamo.
Dobbiamo rimuovere la contaminazione e risolvere l’umidità che ne ha permesso lo sviluppo.
Inoltre una superficie porosa è molto diversa da una superficie dura e non porosa.
E soprattutto:
uccidere la muffa non significa aver eliminato automaticamente tutto il materiale contaminante.
Anche materiale fungino non più vitale può rimanere sulla superficie.
Ecco perché l’idea:
spruzzo → muffa morta → problema risolto
è troppo semplice.
La bonifica è un processo.
Perché su cartongesso e materiali porosi è diverso?
Pensiamo a una piastrella.
La superficie è relativamente dura e poco assorbente.
Ora pensiamo a:
- cartongesso;
- isolante fibroso;
- pannelli;
- moquette;
- alcuni controsoffitti;
- materiali fortemente assorbenti.
La muffa può svilupparsi all’interno della struttura porosa del materiale.
Pulire soltanto ciò che vediamo in superficie può quindi non essere sufficiente.
Quando un materiale poroso è pesantemente contaminato può essere necessario rimuoverlo e sostituirlo.
Ed è qui che un piccolo intervento domestico può trasformarsi in una vera bonifica.
Perché non bisogna demolire materiale ammuffito senza pensarci?
Immaginiamo una parete in cartongesso contaminata.
Se prendiamo un martello, rompiamo tutto e trasportiamo i pezzi attraverso casa senza alcuna precauzione, possiamo liberare e distribuire polvere e particelle nell’ambiente.
La contaminazione che prima era localizzata può essere dispersa.
Per questo, nelle bonifiche professionali più importanti, si utilizzano procedure di contenimento.
L’area di lavoro viene separata dagli ambienti non interessati.
A seconda dell’entità del problema possono essere utilizzati:
- barriere;
- protezioni;
- aspiratori dotati di filtrazione HEPA;
- procedure di pulizia controllata;
- gestione separata dei materiali rimossi;
- pressione negativa.
Adesso siamo entrati nella parte veramente tecnica della bonifica.
Cos’è un filtro HEPA?
HEPA significa High-Efficiency Particulate Air.
Un sistema HEPA è progettato per trattenere particelle molto fini con elevata efficienza.
Durante alcune bonifiche può essere utilizzato per l’aspirazione e per la pulizia finale delle superfici.
Ma attenzione a un altro equivoco.
Avere un aspirapolvere con un filtro chiamato HEPA non significa automaticamente eseguire una bonifica professionale.
Conta il sistema nel suo complesso:
- qualità della filtrazione;
- tenuta dell’apparecchio;
- procedura;
- confinamento;
- gestione dei filtri;
- movimentazione dei materiali;
- pulizia finale.
Un ottimo strumento utilizzato male rimane uno strumento utilizzato male.
Cos’è la pressione negativa in una bonifica?
Questa parte è più tecnica, ma il principio è semplicissimo.
Abbiamo una stanza contaminata e non vogliamo che l’aria proveniente da quella stanza si sposti liberamente nel resto dell’edificio.
Creiamo quindi un confinamento.
Poi, con attrezzatura appropriata, manteniamo la zona di lavoro a una pressione leggermente inferiore rispetto agli ambienti circostanti.
Perché?
Perché se esiste una piccola apertura nel confinamento vogliamo che l’aria tenda a entrare nella zona contaminata, invece di uscire dalla zona contaminata verso gli ambienti puliti.
È un principio fondamentale del controllo della contaminazione.
Ed è molto diverso dallo spruzzare un prodotto su una parete.
Bisogna “sanificare” una casa con la muffa?
Questa parola viene utilizzata moltissimo e spesso in maniera impropria.
Molte persone ci chiedono direttamente:
“Potete fare una sanificazione?”
Ma se abbiamo muffa su una parete, la prima domanda non dovrebbe essere come rendere sterile la stanza.
Dovremmo capire:
perché la muffa è cresciuta?
Se abbiamo un ponte termico e una superficie fredda, la sanificazione non elimina il ponte termico.
Se abbiamo una perdita, non ripara la tubazione.
Se abbiamo un’infiltrazione, non impermeabilizza il tetto.
Se abbiamo materiale poroso contaminato, potrebbe essere necessario rimuoverlo.
Una normale abitazione, inoltre, non deve diventare un ambiente sterile.
La corretta bonifica della muffa punta a rimuovere la contaminazione e a eliminare o controllare la fonte di umidità.
Per questo preferiamo utilizzare termini precisi.
Pulizia, disinfezione, sanificazione e bonifica non sono automaticamente la stessa cosa.
Pittura antimuffa: funziona oppure no?
Una pittura specifica può avere una sua funzione all’interno di un intervento correttamente progettato.
Ma non può fare miracoli.
Se dietro la pittura abbiamo una parete continuamente bagnata da una perdita, il problema rimane.
Se abbiamo un’importante infiltrazione esterna, rimane.
Se abbiamo una superficie estremamente fredda e condizioni ambientali favorevoli alla condensazione, il problema di fondo rimane.
Inoltre non bisognerebbe semplicemente verniciare sopra una superficie contaminata e considerare concluso il lavoro.
Prima bisogna:
capire la causa, rimuovere correttamente la contaminazione e lasciare asciugare il supporto.
Solo dopo si ragiona sulla finitura.
Basta aprire le finestre?
Dipende.
Se abbiamo molta umidità prodotta internamente e poco ricambio d’aria, migliorare la ventilazione può essere estremamente utile.
Ma aprire le finestre non ripara una perdita.
Non impermeabilizza una facciata.
Non elimina automaticamente un ponte termico.
Non sostituisce un sistema di ventilazione progettato quando questo è necessario.
Non asciuga magicamente un materiale saturo d’acqua.
Quindi la risposta corretta non è:
“Apri sempre le finestre e risolvi.”
La risposta è:
la ventilazione è uno degli strumenti disponibili e funziona quando interviene realmente sulla causa o su una delle condizioni che contribuiscono al problema.
E il deumidificatore?
Anche il deumidificatore può essere molto utile.
Riduce la quantità di vapore presente nell’aria e quindi abbassa l’umidità relativa.
In determinate situazioni questo può ridurre significativamente il rischio di condensazione.
Ma anche qui bisogna distinguere tra controllare una condizione e riparare una causa.
Se una tubazione perde acqua dentro il muro, utilizzare continuamente un deumidificatore significa cercare di asciugare l’acqua senza chiudere il rubinetto.
Se invece il problema è legato soprattutto a elevata produzione di vapore e ventilazione insufficiente, il deumidificatore può essere un aiuto concreto.
Come facciamo a sapere se il problema è davvero risolto?
Non basta che la parete sia tornata bianca.
Bisogna vedere cosa succede nel tempo.
Una volta eliminata la contaminazione e corretta la causa, controlliamo:
- se ricompaiono macchie;
- se ritorna l’odore;
- come si comporta l’umidità interna;
- cosa succede durante l’inverno;
- cosa succede dopo la pioggia;
- se le superfici rimangono asciutte;
- se dietro i mobili il problema ritorna.
Una parete appena pitturata può sembrare perfetta anche quando il problema sottostante non è stato risolto.
Il vero test è il tempo.
Quando possiamo intervenire da soli e quando è meglio fermarsi?
Una piccola macchia superficiale su materiale duro, con una causa semplice e chiaramente identificata, è molto diversa da una casa con contaminazione estesa.
È prudente chiedere una valutazione professionale quando:
- la muffa interessa superfici importanti;
- continua a ritornare;
- non sappiamo da dove arriva l’umidità;
- sospettiamo una perdita nascosta;
- ci sono stati allagamenti;
- bisogna rimuovere materiali contaminati;
- sono interessati materiali porosi;
- la contaminazione potrebbe trovarsi dietro pareti o controsoffitti;
- sono coinvolti impianti di ventilazione;
- il problema riguarda più stanze.
E se per risolvere la causa servono competenze strutturali, impiantistiche o edilizie specifiche, bisogna coinvolgere il professionista competente per quella lavorazione.
Quindi qual è il modo corretto di affrontare la muffa?
Possiamo riassumere tutto il percorso in cinque passaggi.
Primo: osservare.
Dove compare? Quando? Quanto è estesa? Dopo cosa peggiora?
Secondo: individuare l’umidità.
Condensa? Infiltrazione? Perdita? Acqua dal terreno? Materiale bagnato?
Terzo: correggere la causa.
Ventilazione, riparazione, intervento edilizio, gestione dell’umidità o altra soluzione appropriata.
Quarto: rimuovere correttamente la contaminazione.
La procedura dipende dall’estensione e dal materiale coinvolto.
Quinto: verificare nel tempo.
Se ritorna, qualcosa nella diagnosi o nell’intervento deve essere rivalutato.
La cosa più importante da ricordare
Dopo tanti dettagli tecnici, formule, ponti termici, capillarità e strumenti, possiamo tornare a una frase molto semplice:
la muffa non si risolve scegliendo prima il prodotto. Si risolve capendo prima perché quella superficie le permette di crescere.
A volte la soluzione è relativamente semplice.
Altre volte serve approfondire.
E non c’è niente di strano.
Una casa è un sistema nel quale temperatura, aria, acqua, materiali, isolamento, impianti e abitudini delle persone interagiscono continuamente.
Per questo preferiamo non promettere soluzioni identiche per tutti.
Una muffa dovuta alla condensa non si tratta come un’infiltrazione.
Un’infiltrazione non si tratta come una perdita idraulica.
Una piccola contaminazione superficiale non si affronta come una parete porosa contaminata in profondità.
Prima capiamo il problema. Poi scegliamo l’intervento.
Ed è molto più efficace che continuare a pulire la stessa macchia ogni inverno.
Hai un problema di muffa che continua a tornare?
Se hai già pulito o ridipinto una parete e dopo qualche mese la muffa è ricomparsa, vale la pena fermarsi prima di applicare un altro prodotto.
Possiamo valutare la situazione e capire quale tipo di intervento è realmente necessario. E quando il problema richiede una competenza diversa dalla nostra, la cosa corretta è dirlo e indirizzare il lavoro verso il professionista adatto.
Perché l’obiettivo non dovrebbe essere avere una parete bianca per qualche settimana.
L’obiettivo dovrebbe essere capire perché diventava nera e intervenire sulla causa.
